La salvaguardia dei nostri mari a partire dai piccoli gesti: intervista a Greenpeace

Autore Flavia Cammarata Pignato
10/05/2019

Come possiamo contribuire alla salvaguardia dei nostri mari? iNautia intervista Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia, che ci spiega come sostenere la causa a partire dai piccoli gesti e godere di questo bene prezioso.

In questa intervista Giorgia Monti ci aiuta ad inquadrare le principali cause e gli effetti più immediati del degrado marino, chi ne sono i principali responsabili e le previsioni per il prossimo futuro. Giorgia ci conduce, poi, alla scoperta dell’iniziativa #PlasticaZero di Greenpeace, presentandoci, inoltre, il rapporto “30×30: Un piano per la tutela degli oceani”, relativo agli obiettivi di tutela delle zone d’alto mare fissati per il 2030.

Come ultimo punto, ma non meno importante, l’attivista ci fornisce dei consigli concreti su come agire per salvaguardare l’habitat marino e quali sono i gesti quotidiani che dovrebbe compiere ciascun navigante per dare un contributo concreto alla sua salvaguardia.

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Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace, ci fornisce dei consigli concreti su come agire per salvaguardare l’habitat marino. Fonte: Greenpeace / Noel Guevara

 

- Quali sono le cause maggiori che minacciano la sopravvivenza dell’ecosistema marino e qual è la situazione al giorno d’oggi?

La prima minaccia all’ecosistema marino è il cambiamento climatico, che con l’innalzamento delle temperature altera i suoi fragili equilibri con gravi conseguenze sulla vita marina, sia animale che vegetale. Ma sono molteplici le attività umane, dalla pesca eccessiva e distruttiva, alle trivellazioni, a progetti di estrazioni mineraria in mare che mettono a rischio i suoi ecosistemi più sensibili.

Per non parlare dell'inquinamento. Uno dei problemi più gravi è il crescente inquinamento da plastica: si stima che ogni giorno l’equivalente di un camion di plastica finisca in mare, una quantità enorme destinata a permanere nell'ambiente marino per moltissimi anni. La plastica purtroppo nella maggior parte dei casi si disintegra in migliaia di pezzetti che vengono poi ingeriti dagli animali marini, con il rischio di risalire la catena trofica. Sempre più spesso si assiste al ritrovamento di cetacei o tartarughe con chili di plastica nello stomaco. Ma numerose sono anche le ricerche che indicano la presenza di microplastiche in molluschi e pesci, con la minaccia che la plastica che produciamo e finisce in mare rischi un giorno di ritornare nei nostri “piatti”. Gli imballaggi in plastica usa e getta sono uno dei maggiori contributori al flusso di rifiuti in plastica a livello mondiale, flusso che oscilla tra 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica, con solo il 9% dei rifiuti in plastica riciclati a livello globale.

- Quale problema vi preoccupa di più tra quelli elencati che credete vada risolto nell’immediato? Come?

Sebbene tutti i problemi citati vadano affrontati seriamente e con misure tempestive, Greenpeace sta lavorando attivamente per combattere l’inquinamento da plastica. La soluzione: ridurre in modo drastico il nostro uso smodato di plastica usa e getta. Riciclare non è sufficiente, le statistiche ci dicono che l'utilizzo di plastica monouso è destinato a aumentare e a questo ritmo il rischio è di fare diventare i nostri mari sempre più inquinati. Per questo Greenpeace chiede alle aziende, principali responsabili di questo “mare di plastica”, di ridurre il loro utilizzo di imballaggi monouso e di abbandonare una mentalità “usa e getta” che sta soffocando il pianeta. Alla petizione che abbiamo lanciato hanno già aderito oltre 3 milioni di persone, per chiedere proprio alle multinazionali di smetterla di produrre plastiche monouso.

Ma il cambiamento avviene anche dal basso e tutti possiamo decidere di eliminare fin da subito l'uso di plastica usa e getta. Una nostra indagine del 2018 condotta in diversi locali in tutta Italia dimostrava che non ricorrere a prodotti usa e getta è possibile. Per questo Greenpeace ha deciso di lanciare l’iniziativa #PlasticaZero.

#PlasticaZero ha lo scopo di costruire un network di bar e locali di ristorazione che si impegnano concretamente a non usare non solo prodotti in plastica usa e getta, ma anche alternative come plastiche biodegradabili e compostabili, che impattano comunque sull’ambiente, e di puntare invece sull'utilizzo di materiale durevole e riutilizzabile. Niente piatti e bicchieri di plastica, ma anche stazioni per il refill di acqua per evitare le dannosissime bottigliette. Uno degli oggetti in plastica più comuni nelle nostre ricerche di rifiuti in spiaggia.

- Quali soggetti o situazioni sono i primi responsabili dell’inquinamento marino?

Per quanto riguarda la plastica monouso, multinazionali e aziende hanno grandi responsabilità in quanto sono i maggiori produttori di plastica, di cui oltre il 90% non è mai stato riciclato.

A marzo siamo salpati in un tour delle Filippine per documentare gli effetti della produzione fuori controllo di plastica usa e getta da parte delle multinazionali. Enormi quantità di plastica finiscono nel Sud-est asiatico, ma provengono prevalentemente da Europa e Nord America.

Dai censimenti dei rifiuti fatti nelle Filippine, Nestlé e Unilever sono risultate le principali fonti di inquinamento da plastica, come emerge da un rapporto pubblicato dalla Global Alliance for Incinerator Alternatives (GAIA). Nestlé in particolare, pur essendosi impegnata a parole a prendere seriamente la questione dell’inquinamento da plastica, ha prodotto 1,7 milioni di tonnellate di plastica nel 2018, il 13% in più rispetto al 2017.

Per questo chiediamo alle multinazionali di assumersi le proprie responsabilità e smettere di produrre oggetti in plastica usa e getta, che per un utilizzo di pochi minuti finiscono per inquinare l’ambiente per secoli.

Il Great Pacific Garbage Patch, nel cuore dell'Oceano Pacifico, è invaso da un fitto mixdi plastiche e micoroplastiche e, ad oggi, è due volte più grande del Texas. Fonte: Greenpeace / Justin Hofman

- Crediamo che siano in molti a non rendersi conto a cosa stiamo andando incontro. Potrebbe fare una previsione delle conseguenze catastrofiche che si verificheranno se non interveniamo immediatamente con delle misure efficaci? Cosa prevede per il prossimo futuro?

Non siamo noi a prevederlo, ma i dati scientifici: abbiamo tempo fino al 2050 per arrivare a emissioni di CO2 nette zero e fino al 2030 per tutelare i nostri oceani prima che arrivino a un punto di non ritorno.

Il problema non è solo la plastica ma il modo in cui le attività umane, a partire dall’aumento dei gas serra, stanno distruggendo a una velocità mai vista prima gli ecosistemi marini. Nelle zone d’alto mare si stanno verificando perdite eccezionali di uccelli marini, tartarughe, squali e mammiferi, e la comunità scientifica ci dice che per salvare i nostri oceani dobbiamo tutelarne almeno il 30 per cento entro il 2030 con una rete di Santuari marini, aree prive di ogni tipo di attività di sfruttamento umano.

Gli oceani producono metà del nostro ossigeno e cibo per un miliardo di persone e poiché assorbono enormi quantità di anidride carbonica, sono anche una delle nostre migliori difese contro i cambiamenti climatici. Si stima che circa un quarto di tutta la CO2 prodotta da attività umane emessa negli ultimi 20 anni sia stata catturata dalle loro acque: tutelare gli oceani vuol dire tutelare l’intero Pianeta.

Se non si agisce subito le cose non potranno che peggiorare. Esistono sia le tecnologie che i mezzi per raggiungere gli obiettivi di tutela ambientale, ma serve anche la volontà politica per farlo.

- Che cosa stabilisce la legge “Salva mare”, approvata da poco dal Consiglio dei Ministri, e cosa ne pensa Greenpeace?

Nonostante le promesse del Ministro, la legge “Salva mare” così come è stata presentata al momento non pone limiti precisi alla plastica monouso, ma prevede solo misure che autorizzano i pescatori a raccogliere la plastica che trovano in mare. Sebbene la misura colmi un vuoto normativo, è piuttosto limitata e porta con sé dei rischi.

Non vi è cenno a meccanismi di Responsabilità Estesa dei Produttori (EPR), che invece la recente Direttiva Europea sulla plastica monouso prevede, estendendo le responsabilità del produttore di un bene e relativi costi di smaltimento fino alla fase di post-consumo, e si scaricano invece le spese sulla comunità. Inoltre è preoccupante pensare di concedere certificazioni di sostenibilità a un’attività di pesca solo perché i pescatori hanno recuperato rifiuti in mare.

Una delle attività di pesca che è maggiormente soggetta a raccogliere rifiuti accumulati sui fondali, è proprio la pesca a strascico – una delle principali cause di distruzione dei fondali marini: definire “sostenibile” questo tipo di pesca sarebbe una beffa nei confronti dei pescatori che veramente pescano in modo responsabile.

Peschereccio di gamberi che minaccia l'ambiente marino del Golfo della California, abitato da una grande varietà di fauna marina, tra cui i leoni marini che rimangono intrappolati nelle reti. Fonte: Greenpeace / Alex Hofford

- La comunità politica è già sensibilizzata al tema della salvaguardia ambientale o credete che la strada da percorrere in tal senso sia ancora lunga?

A parole l’attuale esecutivo sembra aver preso seriamente la questione ambientale, ma sono le azioni concrete che poi bisogna guardare e queste finora si sono rivelate insufficienti, poco ambiziose o - come nel caso citato della legge “Salva mare” – ambigue.

Prendiamo ad esempio la proposta del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) presentato dall’attuale governo: di fatto, è uguale e in continuità con la Strategia Energetica Nazionale (SEN) del precedente governo Gentiloni, approvata nel 2017, di cui avevamo denunciato la scarsa ambizione già allora; la scienza ci dice che abbiamo 11 anni per contrastare i cambiamenti climatici prima del punto di non ritorno: bisogna abbandonare gas, carbone e petrolio e andare verso un mondo 100% rinnovabile ben prima del 2050. Le tecnologie ci sono, ma continua a mancare la volontà politica e gli insufficienti obiettivi del PNIEC in fatto di clima ed energia lo dimostrano. Per fortuna il PNIEC è ancora in fase di bozza quindi ci auguriamo che il governo lo migliori al più presto. Quindi sì, c’è ancora molto da fare.

- Abbiamo letto il vostro il rapporto “30×30: Un piano per la tutela degli oceani”, in cui viene richiesta la protezione completa del 30% degli oceani entro il 2030. Come occorre procedere per raggiungere questo importante traguardo?

Alle Nazioni Unite i Governi di tutto il mondo stanno negoziando un trattato internazionale per stabilire regole di gestione nelle acque internazionali, ad oggi prive di precisi meccanismi di tutela e lasciate agli interessi di pochi stati ricchi e potenti. Questo Accordo globale per gli Oceani porrebbe le basi per creare una rete di santuari marini, in acque internazionali.

La progettazione di tale rete è già possibile come dimostra il nostro rapporto “30x30: un piano di tutela per gli oceani”. Una ricerca condotta per oltre un anno da ricercatori di fama internazionale e Greenpeace, mappando la distribuzione di specie chiave quali squali o balene, e molti altri indicatori biologici, e socio economici, ha evidenziato come sia possibile già con le conoscenze ad oggi esistenti sviluppare un network che garantisca la tutela di habitat e specie chiave in alto mare, minimizzare potenziali impatti socio-economici, per esempio sulla pesca d’alto mare. La proposta prevede infatti lo spostamento solo di un 20-30% delle flotte, mentre per tutte le attività di estrazione mineraria dai fondali marini viene proposta una moratoria temporanea per garantire che tutte le opzioni siano lasciate aperte fino a che non venga creata una rete di aree protette.

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Gli attivisti di Greenpeace espongono un enorme striscione chiedendo di interrompere tutte le trivellazioni petrolifera in mare. Fonte: Greenpeace / Noel Guevara

Come detto, le conoscenze scientifiche già ci sono, così come studi allarmanti che indicano un veloce e critico degrado dei più importanti habitat marini, quello che manca è la volontà politica di proteggerli. Per questo Greenpeace chiede ai Governi seduti oggi alle nazioni uniti di impegnarsi per un Accordo Globale forte che tuteli i nostri oceani. I negoziati si concluderanno nel 2020, e fino ad allora Greenpeace sarà impegnato con le sue navi in un tour lungo un anno da Polo a Polo per mostrarne la fragilità e l’immensa bellezza.

- A noi di iNautia il Mar Mediterraneo sta particolarmente a cuore. In questo progetto, che parla di “aree protette d’Alto mare”, il Mare Nostrum rientra tra le aree da salvaguardare? Se la risposta è no, cosa si può fare affinché ciò avvenga?

Il nostro studio per un Piano di tutela degli oceani non ha compreso il Mediterraneo per le sue particolari caratteristiche geo-politiche, che non hanno permesso di applicarvi la stessa metodologia utilizzata per definire un network di aree protette in zone oceaniche internazionali.

Il Mediterraneo però è un’area di estremo valore: rappresenta meno dell’1% dei mari del Pianeta, ma ospita circa l’8% delle specie marine note, presentandosi come un’area ad alta biodiversità con oltre 1.000 specie presenti tra cui la balenottera comune e la foca monaca. Purtroppo però è anche un mare profondamente sotto pressione (dalla pesca eccessiva all’inquinamento) ed è necessario muoversi con urgenza per risolvere gli attuali problemi di governance e garantire la reale tutela delle sue aree più sensibili per evitare che si inneschino fenomeni degenerativi irreversibili (come l’estinzione di specie o la perdita di funzioni eco-sistemiche).

Noi di Greenpeace chiediamo da anni la tutela di aree chiave del Mediterraneo: è del 2006 il nostro piano per il recupero di questo mare, attraverso l’istituzione di una rete di aree marine totalmente protette. Ma finora l’unico santuario d’Alto mare del Mediterraneo è il Santuario dei cetacei Pelagos, istituito da Francia, Italia e Monaco quasi vent’anni fa e tristemente famoso per essere “un parco di carta”, dato che dalla sua istituzione gli stati firmatari dell’accordo non hanno sviluppato nessuna misura di tutela condivisa per proteggere veramente i cetacei dell’area. La strada per una reale tutela marina è quindi ancora molto lunga.

- Vorremmo chiudere la nostra intervista con un contributo concreto alla causa, perché crediamo che nella pratica l’impegno di ogni singolo individuo sia molto importante. Quali gesti quotidiani dovrebbe compiere un navigante per salvaguardare gli Oceani e il Mediterraneo, affinché il mondo della nautica da diporto sia compatibile con la salvaguardia del nostro ambiente?

Le cose da fare sono tante, ma è dai piccoli gesti che si può iniziare a tutelare il nostro mare:

  1. Non gettare mai i tuoi rifiuti in mare, ma riportali a terra nella corretta raccolta differenziata – uno dei rifiuti più comuni in mare sono le cicche di sigaretta! Stai attento affinché chi fuma non li butti mai in mare!;
  2. Evita di utilizzare per le tue gite prodotti in plastica usa e getta, e preferisci stoviglie lavabili e riutilizzabili – avrai ridotto il tuo uso di plastica usa e getta: uno dei principali inquinanti dei nostri mari;
  3. Non portare con te acqua in bottiglia, ma utilizza delle comode borracce o bottiglie in vetro che potrai riempire nuovamente al tuo ritorno. Le bottiglie di plastica sono tra i prodotti usa e getta che più di trovano sulle nostre spiagge;
  4. Se consumi pesce, premurati di comprarlo solo da pescatori locali che utilizzano attrezzi a basso impatto ambientale, rispettano la stagionalità e amano il mare come te. La pesca eccessiva e industriale sta svuotando i nostri mari;
  5. Riduci le tue emissioni: se puoi utilizza quanto più possibile la vela, o altre energie non inquinanti, e se no cerca di aumentare l’efficienza dei tuoi consumi, e ridurre gli spostamenti inutili;
  6. Chiedi alla politica e alle aziende ad agire seriamente e concretamente sul clima, allineandosi alle indicazioni della scienza, ad esempio firmando la nostra petizione per dire stop alla produzione sfrenata di plastica usa e getta, principale causa dell’inquinamento da plastica.

Teniamo a mente queste parole! Ringraziamo Greenpeace Italia e Giorgia Monti per averci concesso l'intervista.

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